venerdì 12 ottobre 2007

FUNI, SPECCHI E CANGURI (pochissimi i canguri)

Una trentina d’anni or sono, tra le cose che credevo di sapere su me stesso, c’era, saldamente radicata, la convinzione che avessi un buon rapporto con il dolore fisico, che la mia capacità di sopportazione dello stesso fosse al di sopra della media.

Non era una presunzione semplicemente campata in aria: la vita, purtroppo, mi aveva costretto a misurarmi con prove che alla maggior parte delle persone sono fortunatamente risparmiate… Preferirei non entrare in dettagli, ma vi prego di credere che erano state esperienze decisamente pesanti, alle quali avevo visto molti piegarsi, e che, tutto sommato, io ne ero uscito piuttosto benino.
Avevo, quindi, dei buoni motivi per credermi, non dico uno stoico (nel senso comune e non filosofico del termine) ma, quanto meno, non certo un piagnone o un pusillanime.

Poi è arrivato un inaspettato specchio…

Questa volta aveva la forma di una fune, una grossa e lunga fune tesa tra due alberi, a qualche metro dal suolo.
Tutto ciò che mi era richiesto di fare era strisciarvi sopra… o, meglio, sotto, in quanto, aggrappato ad essa con mani e piedi, la faccia verso il cielo, mi sarei dovuto trascinare sino a raggiungere l’estremità opposta rispetto a quella di partenza.
Non era neppure la prima volta che indulgevo a questo giochino… Questa volta, però, quella dannata fune era nuovissima.
Non so quanti di voi lo sanno, ma le funi nuove, prima d’essere ammorbidite e lisciate dall’uso e dagli agenti atmosferici, sono rigide come pali e, soprattutto, ruvide come carta vetrata!
Per rendere tutto più interessante io ero a piedi nudi e, a metà della fune, le mie caviglie erano già scorticate e sanguinavano come un maiale sgozzato…
Ad ogni palmo di corda guadagnato la fune strisciava impietosa sulla carne viva, provocando dolori lancinanti. Per farla breve arrivai a tre quarti del percorso previsto e, poi, mi arresi e mi lasciai cadere a terra…

Come i miei piedi doloranti toccarono il suolo, però, fui folgorato da una domanda molesta: “Perché ho ceduto al dolore?”
Avevo, in passato, sopportato ben di peggio: perché, questa volta, il mio presunto “stoicismo” era venuto meno?
Seduto a terra, sotto l’oggetto della mia umiliazione, passai in rassegna quegli episodi che mi avevano convinto di saper affrontare il dolore fisico… e mi accorsi di una costante che li accomunava tutti: non avevo avuto scelta!
Certo: in almeno una circostanza sarebbe bastato aderire a ciò che volevano coloro che mi stavano infliggendo dolore per far cessare i tormenti… ma avrebbe significato tradire tutto ciò che amavo di me… e questo, nel mio modo di pensare, era semplicemente improponibile; in altre occasioni la possibilità di far cessare il dolore era, semplicemente, fuori dalle mie possibilità e, quindi, lo avevo sopportato bene perché, tanto, piangere od urlare non lo avrebbe alleviato…

Su quella fune benedetta, invece, ero stato veramente libero di scegliere: in fondo non era importante che arrivassi o meno dall’altra parte, nessuno avrebbe pagato per il mio fallimento o avrebbe guadagnato dal mio successo; non ero tenuto a farlo per via di qualche imperativo morale, non avevo forti motivazioni per continuare a soffrire…
Potevo scegliere, appunto. Ed avevo scelto di non soffrire più!

A questo punto mi si aprivano di fronte alcune possibilità…
La prima era quella di dirmi, appunto, che il gioco, questa volta, non valeva la candela, sussurrando al mio stesso orecchio frasi rassicuranti come: “Ehi! Non ti angustiare, amico! Quando serviva veramente, il dolore lo hai sopportato, no? Questa volta non c’era nulla d’importante in ballo e, quindi, hai fatto una cosa saggia…”

Oppure avrei potuto dirmi che era colpa della corda troppo ruvida, di chi l’aveva scelta, di chi non mi aveva preavvisato…

In entrambi i casi avrei preservato l’immagine che avevo di me… e rifiutato quella che “lo specchio” mi rimandava.

Viceversa potevo prendere atto dell’accaduto e rendermi conto che, almeno in quel campo, avrei dovuto rivedere ciò che pensavo di me stesso.
Aderendo a questa seconda ipotesi si aprivano altre due possibili strade: accettarmi nella nuova versione o cercare di cambiare per diventare simile a ciò che credevo d’essere prima che la fune mi scorticasse le caviglie.

Che cosa ho scelto io non è importante: prima o poi tutti trovano una fune, uno specchio, un rimando d’immagine che entra in conflitto con la percezione che avevamo di noi… e tutti si trovano a dover decidere prima se accogliere o rifiutare questo messaggio e, dopo, qualora ne prendano atto, se accettarsi per ciò che sono veramente o cercare di modificarsi.
Diciamo subito che la maggioranza delle persone, se lasciate a se stesse, quando lo specchio riflette qualcosa in cui non si riconoscono… attribuisce la colpa all’imperfezione dello specchio stesso.
Ma aggiungiamo anche che questo accade non solo quando l’immagine che ci viene trasmessa è più “brutta” di quanto siamo disposti ad ammettere: succede anche se la vediamo migliore di quanto ci consideriamo!

Perché una persona non abbia voglia di vedersi peggiore di quanto si reputa è facile da capire.
Ma per quale strano meccanismo dovremmo rifiutare d’ammettere d’essere migliori di come ci valutavamo?!
Per accennarlo farò, ovviamente, un discorso generico, valido per “grandi numeri”… anche se, in realtà, la situazione andrebbe valutata caso per caso, individuo per individuo…

Sta di fatto che se sono costretto ad ammettere di valere più di quanto credevo… poi mi tocca mantenere fede a questa nuova immagine di me… e, qualche volta, è faticoso!

Trascorrevo l’estate con un gruppetto d’amici in una bella casa di uno di loro, in Liguria. Io, in realtà, ero decisamente preso dallo scrivere uno dei miei libri e non collaboravo molto alle faccende domestiche… anzi, per essere sincero, non collaboravo per niente! Uno di loro, quindi, mi disse un bel giorno: “Senti: sappiamo che sai fare un ottimo caffè. Fai almeno quello: facci trovare il caffè per la colazione!”
Così, la mattina successiva, preparai il caffè per tutti… dimenticandomi di mettere l’acqua nella caffettiera e provocando un piccolo disastro.
Il risultato fu che tutti gli altri, scuotendo la testa, decisero che sul piano pratico ero un imbranato della peggior specie… e smisero di rompere perché dessi una mano, lasciandomi libero di perdermi nella scrittura.
Badate bene: il mio non fu un gesto consapevole, una furbata; fu una vera, autentica dimenticanza… ma sono assolutamente certo che ad indurmi alla fatale distrazione fu un moto dell’inconscio, deciso a presentarmi peggio di ciò che ero in realtà per garantirmi quella tranquillità cui aspiravo…

Ciò che ci guadagnamo dal presentarci al mondo peggiori di quanto siamo è il fatto che, in questo modo, il mondo stesso non si aspetterà troppo da noi: se riusciamo in qualcosa saranno tutti favorevolmente impressionati, se, al contrario, falliamo, non saranno poi così delusi perché, in fondo, se lo aspettavano… In entrambi i casi non correremo il rischio di sentirci rimproverare o rifiutare.

Accade spesso (ma non solo) in quelle persone che hanno avuto il famigerato modello di educazione nella quale se fanno qualcosa di buono si sentono dire che hanno fatto solo il loro dovere, mentre se commettono errori vengono severamente redarguiti e puniti.
Ci si blocca un po’, si vive secondo la logica di presentare “un basso profilo”, di limitare le aspettative altrui per non deluderle…
Ci sono molti simpatici aneddoti, in merito….ma mi sembra d’aver già scritto un po’ troppo, anche per i miei standard, per cui… rinviamo.

E state alla larga dalle funi e dagli specchi, se non volete sorprese.

14 commenti:

elena ha detto...

Ma ti sei svegliato sadico, stamattina? Sono in lacrime. Ma non sperare che ti dica perché. Riconosco il valore terapeutico del gruppo... Ma, per me, funziona solo se alla base c'è una grossa fiducia. Che non nasce necessariamente dalla lunga frequentazione e/o dalla conoscenza. Piuttosto, forse, dal "senso di comune appartenenza" o meglio dal "riconoscimento". O meglio ancora, dall'accettazione.
Ci sono cose che nemmeno io son disposta a mettere in piazza. Sorry...

Equo ha detto...

!"Ci sono cose che nemmeno io son disposta a mettere in piazza"...

Sì, sì: questo lo dicono tutti :-)))

Anonimo ha detto...

In un film ricordo un dialogo tra un cliente e una cameriera, che suonava più o meno così (la scena si svolge in un snack bar di LOs Angeles).

Lui : allora come ti và?

Lei : tutto bene, ma non giudicarmi per come appaio, sai che ho frequentato l'actor's studio, in effetti sono una attrice che fa la cameriera in attesa di un'occasione.

Lui: ah! bene, ma da quanto fai la cameriera?

Lei: ehmm...da circa 20 anni, ma prima o poi, chissa.

Lui: non vorrei demolarizzarti, ma faresti bene ad accettare la tua condizione di cameriera, sai, non cìè niente di male nel tuo vero mestiere.

fine dialogo.


by Mat

elena ha detto...

Come volevasi dimostrare.

Anonimo ha detto...

Elena ti assicuro che non voglio dimostrare niente.
Equo mi sbalordisce quanto più lo leggo, e lo dico in positivo ovviamente.
Lo considero un uomo raro ed anche un maestro, le mie provocazioni non servono a contraddire, ma a stimolare me stesso.

Comunque in questo mare di consensi (giusti, per carità!) io non riesco a navigare di poppa, diciamo che vado a zigzag, ma il timoniere resta Equo.

Sopportatemi come Socrate sopportava Critone, traendo occasione dalle sue domande di "impartire una lezione".

By Mat

Equo ha detto...

Sù, sù, figliuoli (notate la preziosa "u"): fate i bravini, eh? La citazione di Mat, anzi, mi ha fatto venire in mente un aneddoto della mia infanzia che vi racconterò...

Anonimo ha detto...

Il richiamo di Rquo alla calma è proprio di un buon maestro, ma io in condotta sono stato considerato sempre insufficiente, mica perchè creavo vero disordine, no, solo perchè cercavo di capire "a fondo" le cose.
Ora Elena il tuo commento : "come volevasi dimostrare" non so come considerarlo. Ti sembro un idiota?
Hai capito il senso del mio aneddeto, oltretutto in tema col post?
Credo di no, perchè ti è sfuggito il significato morale del post di Equo. Ti ha colpito solo (così mi sembra) la sua esperienza dolorosa e il coraggio di raccontarla, anche se era strumentale alla lezione.
Pace Elena.
By Mat

elena ha detto...

Mat, non mi sembri un idiota anche perché, se così fosse, te l'avrei già detto.
Può anche essere che non abbia capito il senso del tuo commento - e allora spiegamelo per favore... E grazie per il "così mi sembra" applicato a quanto ho capito del post di Equo... infatti mi ha colpito tutt'altro (e chi mi conosce abbastanza potrebbe dirti cosa... qualcosa di molto legato al mio egocentrismo).
Riesci sempre a far emergere la parte più guerrafondaia e polemica di me, ma siccome in questo momento mi rendo conto che sono troppo disequilibrata per mantenere i toni nei termini che per prima mi dò, tornerò quando mi sarà sbollita l'ira funesta.
Suerte.

Equo ha detto...

Ma vi sembra che io perda tempo a scrivere le mie cavolate per permettere ad uno di voi due di supporre cosa passa nella testa dell'altra (per altro senza conoscerla) ed a quest'ultima di arrabbiarsi come una biscia con il mal di denti, come se non avesse già abbastanza motivi d'incavolatura nella sua vita? Sù, sù, bambini... che papà vuole bene a tutti e due :-)))

Equo ha detto...

PS: ma qualcuno l'ha colta la citazione-omaggio nascosta nel titolo?

Anonimo ha detto...

Un Canguro venezuelano era molto pigro e non aveva voglia di saltare.
Succede in molte famiglie che uno dei componenti si perda per via.
Questo canguro invece di saltare faceva domande, domande di ogni tipo; ma siccome gli altri canguri gli rispondevano saltando, lui sentiva sempre l'inizio della risposta e mai la fine.

Sono pochi i canguri o solo quelli che saltano?

by Mat
Così restava in dubbio."

Anonimo ha detto...

Il mio aneddeto è un invito ad accettarsi, guardarsi nello specchio e dire:
OK, ho dei limiti. Mi conosco e so dove posso arrivare.

Certamente, sentirsi migliore di come si è non è un vero errore, ma crea delle illusioni che ti consumano l'anima e sentendoti umiliato, incompreso e sottostimato, perdi la strada giusta.

Elena calmati, acnh'io ti ringrazio per quel "come volevasi dimostrare". (?)

Accetta il pareggio :-)) Pace!

By Mat

Anonimo ha detto...

Equo...qual'è la citazione?

La metafora del canguro può solo significare che pochi sono in grado di fare dei balzi avanti sulla strada della conoscenza.

Spero solo che mi hai inserito tra i canguri. :-))))

by Mat

elena ha detto...

Dissento violentemente! Io non sono una "biscia con il mal di denti"... sono una VIPERA! :) E quando accumulo troppo veleno, i denti mi fanno male finché non li svuoto... almeno un pochino.
Pareggio, Mat? Eravamo in competizione? Ma avvisatemi prima, che diamine... Mi perdo sempre il bello...!
A parte le battute... grazie per il chiarimento. E scusami per il "CVD": messo sotto il mio commento, l'ho interpretato in modo personale - come fosse rivolto a me. D'altra parte, l'ho già detto che sono egocentrica...
Quanto al "bene di paparino"... è una delle poche cose salde della vita. Per (mia) fortuna.
Pace, pace... :))
E i canguri? Sto ancora domandandomi che ci stanno a fare...