
Negli anni ‘60/’70 dell’ormai scorso secolo alcuni sperimentatori vollero dimostrare la capacità di ricezione degli stimoli esterni da parte dei vegetali che, pure, non dispongono di organi di senso preposti specificamente alla percezione di tali dati, né di un sistema nervoso organizzato capace di trasmetterli ad uno strumento decodificatore come il nostro cervello.
Applicarono, quindi, una serie di elettrodi capaci di misurare le minime variazioni di attività elettrica (collegati a una macchina che trasformava tale attività in un grafico) ad alcune piantine, sottoponendole poi a tutta una serie di “torture”.
Nessuno si stupì troppo notando che le piante dimostravano di reagire quando si tagliava o bruciava loro una foglia o un ramo: in fondo un essere vivente in grado di percepire la luce del sole o il cadere della pioggia deve pur avere un suo qualche collegamento con l’esterno!
La sorpresa era in agguato in un campo che, come spesso avviene, fu toccato per puro caso… Lo scienziato di turno si preparava all’ennesima “mutilazione” del malcapitato vegetale quando, muovendosi in modo distratto e goffo, si ferì ad un dito con il suo stesso bisturi. La macchina, già in funzione in quel momento, registrò, allora, una reazione della pianta, intensa e violenta quasi come se una parte del suo stesso corpo fosse stata ferita!
Ciò diede inizio a tutta una serie di nuovi esperimenti: le pianticelle reagivano “emotivamente” anche alle sevizie che venivano imposte ad altre piante; un vasetto di yogurt contenente fermenti lattici vivi segnalò il suo “disagio” quando piccole scosse elettriche furono inviate non ad esso, ma a un altro consimile recipiente; un uovo fresco registrò e trasmise alla macchina la “sofferenza” di un altro uovo che veniva fatto bollire!
Pressoché contemporaneamente, in quella che allora era l’Unione Sovietica, si procedeva a un altro tipo di esperimento che, a mio giudizio, oltre agli scopi dichiarati, doveva servire perfettamente a dimostrare l’insensibilità dell’animale-uomo verso il resto della Vita.
A una gatta che aveva partorito da poco vennero sottratti i micini, ognuno dei quali fu imbarcato su un diverso sommergibile atomico pronto a partire per una delle sue missioni esplorative. In tempi diversi e in località estremamente distanti tra esse e dal laboratorio nel quale la povera gatta era custodita, i micetti vennero freddamente uccisi: ogni volta, indipendentemente dal fatto che mezzo mondo separasse la madre dai suoi figli, gli apparecchi ai quali la micia era collegata registrarono una sua intensa (quanto inconscia) attività emotiva!
Da questi esperimenti si è evoluta la teoria dei “Campi Comunicanti”: come sempre accade in questi casi le possibili chiavi di lettura di questi fenomeni possono essere più d’una ed occorreranno ancora molti studi per interpretare correttamente i fatti… anche se ci auguriamo che giunga finalmente il tempo di una nuova etica della scienza che impedisca che la nostra presuntuosa ricerca della verità passi attraverso la strada della sofferenza di altri esseri viventi!
Una delle più ragionevoli interpretazioni, comunque, ci porterebbe oggi a concludere che esiste una sorta di comunicazione tra cellule viventi, indipendentemente dalla “forma” in cui esse sono aggregate.
E' come se la Vita avesse un proprio linguaggio, come se i mattoni fondamentali dell’esistenza “sentissero” quando uno di essi soffre e muore.
Chi si è occupato, ad esempio, dell’evoluzione del sistema nervoso dalle origini della vita sulla Terra sino alla comparsa dell’
Homo Sapiens Sapiens, sa perfettamente che le primitive giunzioni sinaptiche destinate con il tempo ad evolversi in neuroni, non erano sostanzialmente diverse dagli schemi strutturali e funzionali che contraddistinguono le sinapsi come le conosciamo oggi. La Vita, insomma, si è organizzata in milioni di modi, sempre più complessi, ma, se scendiamo abbastanza in profondità nell’esaminarla, scopriamo che non è quasi possibile distinguere un’alga da Leonardo da Vinci!
D’altra parte tutte le forme di vita sul nostro pianeta si sono evolute e differenziate a partire dallo stesso antichissimo essere unicellulare che popolò nelle più remote epoche il “brodo primordiale” che costituiva gli oceani. Queste “amebe primigenie” si moltiplicavano per scissione, ovvero trasmettendo ai loro discendenti tutto e solo il loro patrimonio genetico: a ben vedere questa è una forma d’immortalità e, quindi, in un certo senso, quell’eredità genetica è ancora presente in noi come in ogni altro essere vivente.
Forse esiste, dunque, una “sub-comunicazione” che sfugge del tutto ai nostri organi di senso più evoluti, ma che finiamo col percepire molto spesso sotto forma di stati umorali, di squilibri della nostra armonia, di malesseri non ben motivati, ad esempio.
Il nervosismo del bambino “troppo piccolo per capire” nei giorni in cui mamma e papà hanno litigato, l’irrequietezza del nostro cane quando non ci sentiamo bene, il crescere più o meno rigoglioso dei gerani conservati in un vaso a seconda dei nostri stati d’animo, forse possono trovare molte spiegazioni alternative, come anche il senso d’angoscia che proviamo, senza ben comprenderne le ragioni, in determinati luoghi o quello di pace che altri trasmettono… ma è certo che l’ipotesi di questo “muto linguaggio” a livello cellulare potrebbe fornire una spiegazione a molti “fenomeni” ancora oggi misteriosi.
Vogliamo aggiungere qualcosa?
Gli astrofisici ritengono che questo nostro Universo sia stato generato dal cosiddetto “Big Bang”: una sfera d’energia raggiunge la massa critica ed esplode. Da quel “Bang” si è generato tutto ciò che esiste.
Le galassie, i pianeti, i fili d’erba, l’elettricità, le montagne, i delfini, gli uomini e qualsiasi cosa possa venirvi in mente, non sono che… scintille di quella esplosione e ciò che chiamiamo “materia” non è che “energia” che vibra su frequenze diverse...
Se “ascoltate” bene…potete sentirlo.