
Come spesso amo fare… seguo la corrente, ovvero traggo spunto dalle cose che dite (qualche volta anche da quelle che non dite) per suggerire nuovi percorsi di riflessione, nuovi (si fa per dire) argomenti ai quali, in questo mondo dove le cose urgenti ci fanno spesso dimenticare quelle importanti, dedicare uno spicciolo della nostra vita.
Il “post” precedente ci ha, tra l’altro, permesso di soffermarci un attimo sul valore o meno della “parola”, in particolare della parola scritta.
Lo spunto ci è stato dato dal sempre stimolante Nemesisnemo, a cui hanno fatto seguito le riflessioni di Blue, l’illustrazione del concetto di maieutica da parte di Mat, le mie modeste riflessioni, ecc.
Parlare di maieutica mi ha riportato, ovviamente, alla memoria il buon vecchio Socrate, con il quale ho qualcosa in comune: purtroppo non è la mente, ma solo il corpo, dato che, come lui, sono un tappo pelato!
Socrate non ha mai scritto una parola in vita sua.
Infatti noi, in realtà, non conosciamo affatto il suo pensiero: tutto ciò che viene attribuito al grande Ateniese gli è stato messo in bocca da altri, in particolare dal suo discepolo Platone. In altri termini noi non sappiamo cosa pensasse Socrate, ma solo ciò che Platone ci dice che lui pensasse.
Per quale ragione il nostro filosofo non affidò, come tutti gli altri Greci, le sue idee alla pergamena?
Proprio per la sua intima convinzione nella superiorità del sistema maieutico che, ricordiamolo, letteralmente significa “il metodo della levatrice” (mestiere della madre di Socrate): la levatrice non può partorire al posto della gestante, né tantomeno nascere al posto del bambino, si limita, con la sua azione, a favorire il parto…
Ma perché la parola scritta sarebbe meno adatta a produrre lo stesso risultato?
Si dice che Socrate stesso lo abbia spiegato raccontando una storiella:
Nell’antico Egitto il Dio demiurgico per eccellenza era considerato Toth: ad egli si attribuiscono l’invenzione dei numeri, della geometria, dell’astronomia, del gioco dei dadi e, soprattutto, della scrittura. Un giorno il Dio si recò dal Faraone per fargli dono delle sue invenzioni e presentò la scrittura geroglifica dichiarando che sarebbe stata una medicina miracolosa per la scienza e la memoria del popolo egiziano… al che il Faraone rispose qualcosa del genere: “Oh ingegnoso Toth! La tua invenzione otterrà esattamente l’effetto opposto! Gli uomini, infatti, fidandosi della sapienza scritta non eserciteranno più la memoria e, soprattutto, non cercheranno più la verità dentro se stessi, ma fuori di loro, in segni che altri hanno lasciato!”
Questo, dunque, pensava Socrate che, però, nella cultura greca fu un caso abbastanza isolato.
E’ però esistito un intero popolo che ha adottato tale principio: i Celti.
Sulla base degli stessi concetti i Druidi celti non affidarono agli scritti nessuna parte delle loro conoscenze: tutto andava appreso a memoria e tutto doveva essere interpretato e dedotto con la propria mente perché… nessun libro è in grado di rispondere alle obiezioni, nessun libro si evolve, anzi: la sua caratteristica (che è il suo pregio ed il suo difetto) è proprio d’essere immutabile nel tempo.
Anche nella Cina antica alcuni filosofi (ad esempio il mio amatissimo Mo-Ti), pur scrivendo ebbero cura di presentare le loro idee sotto forma di dialogo quanto più aperto possibile, a domanda e risposta, come se conducessero con un interlocutore uno scambio d’idee mirato a far giungere lui stesso alle inevitabili conclusioni, anziché propinargliele già confezionate, con una metodologia che, in Occidente, non faticheremmo a definire “socratica” o, appunto, maieutica.
Bruciamo i libri, allora? Aboliamo la parola scritta?
Per carità!
Trattiamola, invece, con rispetto, ma per quello che è o, almeno, dovrebbe essere: non depositaria di risposte, ma occasione di nuove domande.
La risposta alle quali, anche se è quasi banale dirlo, è solo e sempre dentro di noi.
Questo significa che non esiste alcuna verità al di fuori di quella individuale?
Io non credo.
Credo (con Socrate, Mo-Ti ed alcuni altri compagni di viaggio) che una verità (sul Bene e sul Male, sul Giusto e sull’Ingiusto, sull’Uomo, l’Universo e tutto quanto…) ci sia, ma sia conoscibile solo imparando a scrutare dentro di noi, dopo che ci si sia liberati dagli specchi deformanti e si sia appreso a guardare con occhi puliti.
Il Maestro non è colui che t’insegna cosa è giusto e cosa è sbagliato (come può fare un papiro o un libro): è colui che ti porta, a volte malgrado te stesso, a comprenderlo da solo.






