Scusate la logorrea, ma non riesco a dire questa cosa con meno parole. Diciamo che è una storia che…mi ha raccontato un amico, ok?All’epoca mi facevo chiamare Aldo Bergonzoni e viaggiavo con un passaporto svizzero.
Qualche volta rispondevo al nome di Laszlo Kovacs ed il passaporto diventava ungherese.
Questo perché, molto spesso, dovevo lasciare di soppiatto il Paese in cui mi trovavo al momento, evitando per quanto possibile gli sguardi sospettosi dei militari dall’aria dura che occupavano l’aeroporto di turno.
Era accaduto già un discreto numero di volte: si fa l’abitudine a tutto, anche alla paura.
Quella volta, però, era tutto diverso: all’aereo mi accompagnava un corteo di gente festante, bambini mi offrivano fiori e belle ragazze mi stampavano sonori baci sulle guance. Una cosa mai vista: per la prima volta mi trovavo dalla parte di chi aveva vinto.
Ero talmente abituato a stare con gli sconfitti che mi sentivo a disagio, non sapevo bene come comportarmi…
E poi lo vidi.
Era confuso nella ressa di persone che si affollavano ai banchi del check-in.
S’era tagliato i baffi e portava grandi occhiali da sole… ma avrei riconosciuto la sua faccia in ogni modo: avevo studiato la sua fotografia per mesi, me l’ero attaccata sul frigorifero per vederla ogni mattina, appena alzato.
Ora le parti erano invertite: era lui che cercava di passare inosservato, che fuggiva come un ladro nella notte, mascherato con una orrenda camicia hawaiana ed un paio di bermuda ridicoli.
Mi bastava un gesto, un cenno del capo, un puntare l’indice…ed i giovanotti sorridenti che mi scortavano dandomi pacche sulle spalle avrebbero cambiato espressione e sfilato dalla spalla il loro kalashnikov.
Anche lui mi vide e mi riconobbe: probabilmente aveva a sua volta una mia foto, non sul frigorifero, immagino, ma in un dossier che teneva sulla sua ordinata scrivania, nel suo ufficio di “consulente militare per la raccolta d’informazioni”.
Questo, ufficialmente, era stato il suo titolo e, verosimilmente, lui pensava a se stesso definendosi “soldato di ventura”.
Per me era solo un mercenario esperto in torture, il responsabile della morte, spesso orrenda, di tante persone che mi erano amiche, di tante altre di cui avrei potuto essere amico.
Stavo per farlo. Stavo per dire:
“Busca aquèl hombre!” … ma qualcosa d’indefinito, ma potente, mi fermò.
C’imbarcammo entrambi: era la prima volta che volavo su un aereo di lusso di quelle dimensioni e guardavo sbalordito la scala che saliva al piano superiore, i salottini, tutto quello spazio a disposizione! Quando ci permisero di slacciare le cinture di sicurezza salii al bar.
Era seduto su uno degli sgabelli al bancone e sorseggiava un “bloody mary”. Mi accomodai sul sedile accanto, senza parlare, ed ordinai un’acqua tonica con un po’ di gin.
Bevemmo in silenzio per un po’, poi, senza guardarmi ma tenendo lo sguardo fisso nel bicchiere, mi domandò a bassa voce:
“Perché?”Non c’era bisogno di spiegazioni. Sapevo cosa voleva dire:
“Perché mi hai salvato la vita? Perché, tu che sei un mio nemico, non mi hai denunciato?”
Fui costretto a domandarmelo anch’io…
“Non lo so” – risposi con sincerità – “
Forse perché ho già visto troppa morte. Forse perché non voglio diventare come te. Dimmelo tu, piuttosto, perché fai questo sporco lavoro? Ti piace giocare all’eroe?!”“
Eroe?!” – parlava sempre a bassa voce, ma le parole gli uscivano di bocca come sputi –
“Cosa ne sai, tu, degli eroi?! Ora ti spiego io, come nasce un eroe… Ti scegli una guerra perché credi sia quella giusta, perché vuoi difendere le cose in cui credi… Cose che per te non hanno significato, immagino, le cose che producono una società ordinata e pulita! Ti scegli una guerra per fermare quelli che vogliono distruggere le cose in cui ti hanno insegnato a credere. E non è mai come ti aspetti, è sempre tutto più sordido e sporco… ma è il mio lavoro ed è quello che so fare. Poi, un giorno, durante una normale operazione di ricognizione in un buco di culo di paese di cui non sai neppure il nome, cadi in un’imboscata: ti sparano addosso e non vedi neanche il nemico. Allora ti scavi una buca nel fango, ti attacchi alla radio e chiedi l’intervento degli elicotteri, ma qualche burocrate imboscato la tira per le lunghe ed è restio a sprecare tutta quella preziosa benzina per dei mercenari stranieri. Così resisti perché non puoi fare altro, perché non puoi nemmeno arrenderti: sei un mercenario, non c’è nessuna Convenzione di Ginevra che ti protegge e poi, magari, tra quelli che ti sparano addosso c’è qualcuno che aveva parenti nel villaggio che hai bruciato il giorno prima… e sai che non avrà pietà. Resisti, rispondendo al fuoco sino a che hai munizioni, con il coraggio di chi non ha nessuna altra fottuta scelta. Poi ti capita di sporgerti troppo dal tuo buco nel fango… ed un ragazzotto foruncoloso che imbraccia un fucile più alto di lui ti becca nel ventre. E’ così che diventi un eroe, mentre crepi lentamente, vomitando sangue, in un Paese di cui, in realtà, non t’importa un cazzo. Fottiti, tu e le tue menate sugli eroi!”“Fottiti tu…” – risposi –
“Se sei tanto… disincantato, perché diavolo continui a fare questo mestiere da macellaio?”Si voltò a guardarmi in faccia, prima di rispondere:
“Te lo detto: perché è l’unica cosa che so fare…”Mi strinsi nelle spalle.
“La vita è tua…” – replicai –
“Ognuno sceglie come vivere e, se è fortunato, come morire. Per quello che mi riguarda sono contento di non essermi accollato il peso della tua morte: anche se faccio fatica, anche se certo non piangerò quando ti faranno la pelle, sto cercando di non diventare ciò che combatto. Anch’io ho cose in cui credo e sono disposto a morire e persino ad uccidere, se non posso farne a meno, per difenderle. Ma la vendetta la lascio a quelli come te: non voglio portarmela nel mondo nuovo che sogno. Altrimenti, in qualche modo, saresti tu quello che ha vinto. In ogni caso… mi devi una vita. Ricordatelo, se hai onore, quando, nella prossima guerra che sceglierai, t’imbatterai in uno come me…”Non l’ho più incontrato, ma ho trovato sei anni dopo il suo nome su un trafiletto della rivista americana “Soldiers of Fortune”: era l’elenco degli “eroici combattenti” caduti in un’oscura guerra, in un poverissimo Paese africano di cui, probabilmente, non gli importava un cazzo.
Credo che il non aver puntato quel dito sia stata una delle migliori cose che ho fatto nella mia vita.
Ed una delle più difficili.