lunedì 14 maggio 2007

SPOT


Un breve intermezzo pubblicitario...
Coloro che si lamentano (giustamente) della superficialità con cui mi vedo spesso costretto ad accennare ad argomenti che meriterebbero una trattazione ben più meditata possono, se lo desiderano, cimentarsi in una piccola "caccia al tesoro"...
Dopo aver pubblicato un po' di saggi con una nota casa editrice romana e deciso a scriverne uno per la prima volta a quattro mani con un'amica, eccellente psicologa milanese, mi feci (qualche anno or sono) convincere dalla mia coautrice a proporlo alla Jackson Libri di Milano (che stava cambiando il suo nome in Edizioni Futura). Il libro fu regolarmente pubblicato e molto irregolarmente distribuito in quanto, con un tempismo sciagurato, la ex Jackson si avviava a dichiarare il proprio fallimento.
Ora trovare questo testo è divenuta una vera e propria impresa. Tuttavia ne sono reperibili alcune copie, ovviamente preziosissime :-), su siti che trattano remainders ed una persino su e-bay.
Purtroppo non è trovabile la seconda versione riveduta, corretta ed ampliata che era pronta per le stampe: quella esiste solo nella memoria virtuale del mio PC. Se vi volete cimentare nell'impresa di cercarlo... accomodatevi: questa è una Pubblicità Progresso, in quanto, per via del fallimento della casa editrice, di quest'opera io non ho mai visto né mai vedrò una straccio di percentuale per i diritti d'autore :-)
Ecco i dati:

Zanardi-Abietti
Shintebiki
Gruppo Futura
pag: 400
€. 16.53

Un affascinante e semplice percorso di conoscenza di se stessi. Per la prima volta presentati al grande pubblico i principi delle dinamiche emozionali, frutto di sintesi tra la saggezza dell’Oriente e la scienza dell’Occidente. Un testo che può concretamente aiutarci a trovare la via verso una maggiore armonia con noi stessi e il mondo attorno a noi, per combattere con armi migliori la quotidiana battaglia contro lo stress, le ansie e i problemi che ci avvelenano la vita.

mercoledì 9 maggio 2007

CANZONE DI MAGGIO


Io appartengo ad un’antica schiatta di Monaci – Guerrieri.
In quanto Monaco la tolleranza, la comprensione, la gentilezza, sono divenute parte del mio corredo genetico…
Qualche volta, tuttavia, sempre senza rinunciare ai modi cortesi e senza che l’animo sia turbato da sentimenti negativi, con tranquilla e pacata determinazione, il Guerriero ha il dovere di snudare la Spada.

Dicono che la verità renda liberi… ma talune verità nessuno ha voglia di sentirle: è a questo punto che Monaco e Guerriero concordano pienamente sulla necessità di dirle comunque, anche se tagliano, anche se feriscono, anche se saranno rifiutate con la più scontata delle scuse: “Non riguarda me”.

Diremo allora che l’arma più letale, quella che provoca più vittime su questo nostro tormentato pianeta, non è la bomba nucleare, non sono i gas nervini, non sono gli ordigni “intelligenti”.
E’ il telecomando della TV.
La frase che provoca più morte e distruzione non è “Sganciate la bomba” o “Aprite il fuoco”; è “Ancora il Darfour! Cambia canale che stiamo mangiando!”

Sono pochissimi gli uomini al mondo che causano guerra, eccidi, disastri ecologici, per i loro egoistici interessi.
Sono pochissimi... e la loro forza, quella che consente loro d’inseguire profitti e potere al prezzo di sangue versato o foreste distrutte, non risiede nel loro ruolo politico, nel loro denaro o nei loro armamenti: la loro oscura autorità nasce dall’indifferenza dei più, dalla rassegnazione dei molti, dal cinismo e dallo snobismo di chi “si chiama fuori”.

La verità scomoda, che vi piaccia o meno, è la seguente: coloro che si chiudono nella loro “torre d’avorio”, nel loro “orticello” (e davvero non importa se lo fanno per becero egoismo o se tirano in ballo alate giustificazioni filosofiche) sono complici; il sangue degli innocenti sporca anche le loro mani, anche se, personalmente, non farebbero male ad una mosca; il grido di dolore di una Terra morente è causato pure da loro, anche se risparmiano l’acqua del rubinetto e riciclano il vetro.
Oggi più che mai è attuale e profondamente vera la spietata frase di Franz Fanon (e se non sapete chi è… documentatevi): “OGNI SPETTATORE E’ UN VIGLIACCO O UN TRADITORE”.

Se preferite qualcuno di più recente, forse basteranno alcuni versi della Canzone di Maggio di De André:

“E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate,
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le "verità" della televisione,
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti”.

Come sempre potete scegliere, ma la “verità scomoda” è che non esistono posizioni neutrali: il raffinato intellettuale che si rifugia con ostentazione nelle sue elucubrazioni perché è “trasversale al Bene ed al Male” e può guardare a tutto questo agitarsi con superiore distacco o con poetico cinismo, non è, nella sostanza, nei fatti che sono prodotti dal suo pensare e dal suo non-agire, diverso dall’uomo di potere che programma un massacro o dai suoi miseri scherani che lo eseguono.

Certo: nessuno può impedirvi di “assolvervi” o, peggio, di dire a voi stessi che questa complicità non vi tocca perché, tanto, “le cose sono sempre andate così ed io ho una visione spietatamente realistica e non utopistica del mondo!”.

Come sempre potete scegliere, ma non esistono posizioni neutrali: ogni spettatore è un vigliacco o un traditore.

lunedì 7 maggio 2007

GLI IMPAZIENTI, MARE, MONTI ED UTOPIE...


"...ritorno a casa, talvolta,
con gli occhi stanchi

di vedere un mondo che non cambia..."


...diceva Pablo Neruda... e chiunque abbia sperato di veder cambiare il mondo conosce questa stanchezza.
Certamente la conosce Elena che, in uno dei suoi ultimi commenti, cerca la strada per opporsi alla rassegnazione, per non arrendersi ancora all'idea che questo sia "il migliore dei mondi possibili"...
Un mondo dove un bambino ogni trenta secondi muore di fame, un mondo dove si continua a morire di lavoro anche nei "Paesi sviluppati", un mondo dove ha ragione chi ha le bombe più grosse e dove l'avidità sta portando alla distruzione del pianeta, non può essere la miglior cosa che l'Uomo può realizzare!
Eppure...
Grandi menti e grandi anime della filosofia, della politica, della mistica hanno indicato strade sulle quali in ben pochi sembrano interessati a procedere, preferendo avanzare verso il baratro su un sentiero lastricato di buone intenzioni... e di rassegnazione.
Ed allora racconterò, per tutti e per Elena in particolare, la solita storiella cinese... banale solo in apparenza.

Il vecchio Cinese viveva nella casa che i suoi avi avevano edificato ai piedi di una piccola montagna. Al di là del monte c'era il mare e, in realtà, era tanto vicino, in linea d'aria, che il vento, talvolta, ne portava il profumo salmastro e che, nelle giornate particolarmente quiete, potevi quasi udirne l'immenso respiro.
Il sogno del vecchio Cinese era di poter vedere il mare dalla sua casa... ma la mole della montagna glielo impediva inesorabilmente.
Così, un giorno, si armò di una piccola pala, salì sulla vetta del massiccio ed iniziò a scavare.
I suoi vicini, inevitabilmente, risero di lui e quelli che gli volevano più bene cercarono anche di fermare questa sua follia...

" Che senso ha, ciò che stai facendo?" - gli dissero - "Tu sei vecchio, ma se anche avessi vent'anni e dedicassi tutta la vita a scavare non riusciresti che ad abbassare il monte di qualche metro!"

"Questo lo so..."
- rispose il vecchio sorridendo - "Ma so anche che la montagna non può crescere. Io, invece, ho dei figli che hanno dei figli che avranno dei figli. Tutti loro continueranno la mia opera. E, un giorno, da casa mia si vedrà il mare..."

Io so con assoluta certezza che non lo vedrò quel mondo dove se cadi ti tenderanno una mano anziché calpestarti la faccia, dove gli uomini varrano per ciò che sono e non per ciò che hanno, dove le differenze tra la gente saranno un bene prezioso e non una fonte di paura, dove il sesso sarà una cosa pulita e la guerra una cosa sporca, dove la norma sarà il rispetto e gli arroganti saranno considerati persone da curare.
E sono ragionevolmente sicuro che non lo vedrà neppure mio figlio.

Tutto quello che posso fare è continuare a scavare e, nella misura in cui ci riuscirò, lasciare in eredità la mia piccola pala.

No. Davvero non importa quanto tempo ci vorrà...
Un giorno, da casa mia, si vedrà il mare...


domenica 6 maggio 2007

INTERMEZZO


Ho sentito che non volete imparare niente.
Deduco: siete milionari.
Il vostro futuro è assicurato - esso è
davanti a voi in piena luce. I vostri genitori
hanno fatto sì che i vostri piedi
non urtino nessuna pietra. Allora non devi
imparare niente. Così come sei
puoi rimanere.

E se, nonostante ciò, ci sono delle difficoltà, dato che i tempi,
come ho sentito, sono insicuri,
hai i tuoi capi che ti dicono esattamente
ciò che devi fare affinché stiate bene.
Essi hanno letto i libri di quelli
che sanno le verità,
che hanno validità in tutti i tempi
e le ricette che aiutano sempre.

Dato che ci sono così tanti che pensano per te
non devi muovere un dito.
Però, se non fosse così
allora dovresti studiare.

Bertolt Brecht

venerdì 27 aprile 2007

LABIRINTO


Quasi a sottolineare alcune cose dette da Sethar...eccovi l'aneddoto:

Una parte, una parte importante, del mio addestramento si sarebbe conclusa quel giorno…

La “prova” da superare veniva direttamente da tempi molto lontani, dalla Tradizione di quel Monastero di Shao-Lin nel quale le Arti Marziali avevano mosso i loro primi passi sulla terra cinese.

Ero entrato nelle viscere della terra, in un buio profondo che era sottolineato, più che attutito, dalle torce che inviavano il loro bagliore esitante ogni cento passi.
In quel buio si nascondevano pericoli che avrei dovuto dimostrare di saper evitare o affrontare.
La più insidiosa delle difficoltà stava nella scelta del percorso: la galleria, periodicamente, si ripartiva in corridoi laterali e, seguendo le indicazioni che mi erano state date, io avrei dovuto “percepire con il Ventre” quale strada mi avrebbe portato alla salvezza, verso la ritrovata luce del sole, e quale, al contrario, mi avrebbe condotto a perdermi senza scampo…

Al primo bivio mi concentrai, tentando di estendere i miei sensi, respirando e cercando di cogliere un qualche “segnale”, una qualche “vibrazione” dell’Energia che mi servisse da suggerimento… Ma non “sentivo” proprio nulla!
Malgrado cercassi di mettere in atto tutto ciò che mi era stato insegnato i due corridoi che mi si aprivano di fronte m’apparivano assolutamente identici e “muti”…
Finii con l’imboccarne uno a caso, pieno di dubbi ed esitazioni.

Al bivio successivo tutto si ripropose nell’identico modo: continuavo a non ricevere nel mio spirito nessun “suggerimento” su quale fosse la via verso la salvezza! Mi immettevo a caso nel corridoio di sinistra o in quello di destra, sentendo crescere dentro di me, sempre più prepotentemente, la paura che mi stessi perdendo irrimediabilmente in quel buio labirinto…

Invece, dopo un tempo che mi sembrò interminabile, mi apparve lo spiraglio di luce che annunciava l’uscita.

Il Maestro era lì ad attendermi…

“Come è andata?” mi domandò.

“Insomma…” – risposi esitante – “…bene con le trappole e le persone in agguato… Ma c’è una cosa che devo onestamente confessarti, Maestro: sono salvo per pura fortuna! Ad ogni bivio incontrato ho dovuto scegliere a caso la strada perché, mi vergogno a dirlo, io non sono riuscito a percepire alcuna differenza! Temo che il mio addestramento in questo campo non abbia dato buoni frutti… Forse sono troppo… occidentale!”

“Non hai percepito differenze…” – rispose serio il Maestro – “perché non ve n’erano: tutti i corridoi portavano qui… L’unica cosa che avrebbe potuto ucciderti era non scegliere!”

E questo, io credo, è il primo dato: se non “scegliamo” qualcosa o qualcuno lo farà per noi.

domenica 22 aprile 2007

BANCHE, INCENDI ED ALTRE AMENITA'


Immaginiamo (non sarà certo difficile) d’essere di fronte ad una situazione che richieda, da parte nostra, la scelta di un comportamento preciso. Quanto meno ci si apriranno di fronte, quale che sia la circostanza, almeno tre possibilità: possiamo attendere, ovverosia non fare proprio nulla nella speranza che la crisi si risolva da sola; possiamo scappare, cercare, cioè, di sfuggire il problema; oppure possiamo affrontare la situazione stessa alla ricerca di una soluzione
Qual è la decisione giusta?
E’ questa una domanda che non ha alcuna possibile risposta… se non conosciamo altri dati, se non possediamo altri elementi informativi su ciò che ha generato la nostra necessità di operare una scelta!
Ognuna delle soluzioni prospettate può essere quella più corretta e, nello stesso tempo, può portare ad un disastro.
Facciamo alcuni, banalissimi, esempi…
Supponete che, essendo impiegati in qualche istituto bancario, vi accada, per una sciocca distrazione, di restare rinchiusi in una camera blindata durante il periodo della pausa per il pranzo. Affrontare la situazione, ad esempio scagliarsi con pugni e calci contro la pesante porta in acciaio, sarebbe, con bella evidenza, non solo inutile, ma anche potenzialmente pericoloso. E’ altresì evidente che ogni via di fuga vi è sostanzialmente preclusa e correre in cerchio come uno scoiattolo sulla sua ruota non vi porterà lontano. D’altra parte voi sapete che, di lì a poche ore, qualcuno dei vostri colleghi aprirà certamente la camera ridandovi la libertà ben prima che la scarsità d’aria disponibile possa arrecarvi qualche problema. Ne consegue che la scelta corretta, in questo caso, è quella di attendere, di non fare nulla, risparmiando nel contempo le proprie forze aspettando la certa soluzione della crisi che sopraggiungerà senza alcun bisogno del vostro intervento.
Se, però, invece che in una camera blindata vi trovaste imprigionati in una stanza che sta andando a fuoco è ovvio che un comportamento analogo porterebbe a conseguenze ben diverse! Di fronte alle fiamme l’attendere una loro improbabile estinzione spontanea potrebbe costarvi la vita. Anche in questo caso, nondimeno, l’irruente lanciarsi verso il fuoco per affrontarlo direttamente nella speranza di respingerlo è fortemente sconsigliato: in questa seconda situazione prospettata la fuga è senza dubbio la soluzione più idonea.
Immaginate ora che tra le stesse fiamme non ci siate voi, ma una persona che vi è cara e che, per le ragioni che preferite, non sia in grado di salvarsi da sola: attendere equivarrà a condannarla ad una morte atroce; fuggire, allontanarsi dal luogo dell’incendio, otterrà lo stesso drammatico risultato: nella presente circostanza dovrete vincere paure e reticenze e affrontare con decisione la fiammeggiante difficoltà che vi si è parata di fronte!

Purtroppo nella nostra vita di ogni giorno le difficoltà non sempre si presentano con una caratteristica ben precisa e tale da consentire una loro immediata classificazione: a volte la “camera blindata” si traveste da “incendio” o, per lo meno, in questo modo appare ai nostri occhi…
Così succede a tutti, con una frequenza indesiderabile, di agire tempestivamente quando sarebbe opportuno fermarsi a riflettere, di tentare di sfuggire situazioni che andrebbero piuttosto affrontate prima di peggiorare e diventare irrisolvibili o, quanto meno, assai più intricate, di temporeggiare dubbiosi, invece di correre ai ripari.

Possiamo sperare di apprendere a individuare con ragionevole certezza la cosa giusta da fare in ogni circostanza che richieda una scelta?
Se è vero (come io credo) che le risposte giacciono nel nostro spirito, sì…ed il racconto di un altro dei miei famigerati aneddoti chiarirà parte del mio pensiero…nella prossima puntata.

giovedì 19 aprile 2007

IL GIORNO DELLA VITTORIA


Scusate la logorrea, ma non riesco a dire questa cosa con meno parole. Diciamo che è una storia che…mi ha raccontato un amico, ok?

All’epoca mi facevo chiamare Aldo Bergonzoni e viaggiavo con un passaporto svizzero.
Qualche volta rispondevo al nome di Laszlo Kovacs ed il passaporto diventava ungherese.
Questo perché, molto spesso, dovevo lasciare di soppiatto il Paese in cui mi trovavo al momento, evitando per quanto possibile gli sguardi sospettosi dei militari dall’aria dura che occupavano l’aeroporto di turno.
Era accaduto già un discreto numero di volte: si fa l’abitudine a tutto, anche alla paura.

Quella volta, però, era tutto diverso: all’aereo mi accompagnava un corteo di gente festante, bambini mi offrivano fiori e belle ragazze mi stampavano sonori baci sulle guance. Una cosa mai vista: per la prima volta mi trovavo dalla parte di chi aveva vinto.
Ero talmente abituato a stare con gli sconfitti che mi sentivo a disagio, non sapevo bene come comportarmi…

E poi lo vidi.
Era confuso nella ressa di persone che si affollavano ai banchi del check-in.
S’era tagliato i baffi e portava grandi occhiali da sole… ma avrei riconosciuto la sua faccia in ogni modo: avevo studiato la sua fotografia per mesi, me l’ero attaccata sul frigorifero per vederla ogni mattina, appena alzato.
Ora le parti erano invertite: era lui che cercava di passare inosservato, che fuggiva come un ladro nella notte, mascherato con una orrenda camicia hawaiana ed un paio di bermuda ridicoli.

Mi bastava un gesto, un cenno del capo, un puntare l’indice…ed i giovanotti sorridenti che mi scortavano dandomi pacche sulle spalle avrebbero cambiato espressione e sfilato dalla spalla il loro kalashnikov.
Anche lui mi vide e mi riconobbe: probabilmente aveva a sua volta una mia foto, non sul frigorifero, immagino, ma in un dossier che teneva sulla sua ordinata scrivania, nel suo ufficio di “consulente militare per la raccolta d’informazioni”.

Questo, ufficialmente, era stato il suo titolo e, verosimilmente, lui pensava a se stesso definendosi “soldato di ventura”.
Per me era solo un mercenario esperto in torture, il responsabile della morte, spesso orrenda, di tante persone che mi erano amiche, di tante altre di cui avrei potuto essere amico.
Stavo per farlo. Stavo per dire: “Busca aquèl hombre!” … ma qualcosa d’indefinito, ma potente, mi fermò.

C’imbarcammo entrambi: era la prima volta che volavo su un aereo di lusso di quelle dimensioni e guardavo sbalordito la scala che saliva al piano superiore, i salottini, tutto quello spazio a disposizione! Quando ci permisero di slacciare le cinture di sicurezza salii al bar.
Era seduto su uno degli sgabelli al bancone e sorseggiava un “bloody mary”. Mi accomodai sul sedile accanto, senza parlare, ed ordinai un’acqua tonica con un po’ di gin.
Bevemmo in silenzio per un po’, poi, senza guardarmi ma tenendo lo sguardo fisso nel bicchiere, mi domandò a bassa voce: “Perché?”
Non c’era bisogno di spiegazioni. Sapevo cosa voleva dire: “Perché mi hai salvato la vita? Perché, tu che sei un mio nemico, non mi hai denunciato?”

Fui costretto a domandarmelo anch’io…

“Non lo so” – risposi con sincerità – “Forse perché ho già visto troppa morte. Forse perché non voglio diventare come te. Dimmelo tu, piuttosto, perché fai questo sporco lavoro? Ti piace giocare all’eroe?!”

Eroe?!” – parlava sempre a bassa voce, ma le parole gli uscivano di bocca come sputi – “Cosa ne sai, tu, degli eroi?! Ora ti spiego io, come nasce un eroe… Ti scegli una guerra perché credi sia quella giusta, perché vuoi difendere le cose in cui credi… Cose che per te non hanno significato, immagino, le cose che producono una società ordinata e pulita! Ti scegli una guerra per fermare quelli che vogliono distruggere le cose in cui ti hanno insegnato a credere. E non è mai come ti aspetti, è sempre tutto più sordido e sporco… ma è il mio lavoro ed è quello che so fare. Poi, un giorno, durante una normale operazione di ricognizione in un buco di culo di paese di cui non sai neppure il nome, cadi in un’imboscata: ti sparano addosso e non vedi neanche il nemico. Allora ti scavi una buca nel fango, ti attacchi alla radio e chiedi l’intervento degli elicotteri, ma qualche burocrate imboscato la tira per le lunghe ed è restio a sprecare tutta quella preziosa benzina per dei mercenari stranieri. Così resisti perché non puoi fare altro, perché non puoi nemmeno arrenderti: sei un mercenario, non c’è nessuna Convenzione di Ginevra che ti protegge e poi, magari, tra quelli che ti sparano addosso c’è qualcuno che aveva parenti nel villaggio che hai bruciato il giorno prima… e sai che non avrà pietà. Resisti, rispondendo al fuoco sino a che hai munizioni, con il coraggio di chi non ha nessuna altra fottuta scelta. Poi ti capita di sporgerti troppo dal tuo buco nel fango… ed un ragazzotto foruncoloso che imbraccia un fucile più alto di lui ti becca nel ventre. E’ così che diventi un eroe, mentre crepi lentamente, vomitando sangue, in un Paese di cui, in realtà, non t’importa un cazzo. Fottiti, tu e le tue menate sugli eroi!”

“Fottiti tu…” – risposi – “Se sei tanto… disincantato, perché diavolo continui a fare questo mestiere da macellaio?”

Si voltò a guardarmi in faccia, prima di rispondere: “Te lo detto: perché è l’unica cosa che so fare…”

Mi strinsi nelle spalle. “La vita è tua…” – replicai – “Ognuno sceglie come vivere e, se è fortunato, come morire. Per quello che mi riguarda sono contento di non essermi accollato il peso della tua morte: anche se faccio fatica, anche se certo non piangerò quando ti faranno la pelle, sto cercando di non diventare ciò che combatto. Anch’io ho cose in cui credo e sono disposto a morire e persino ad uccidere, se non posso farne a meno, per difenderle. Ma la vendetta la lascio a quelli come te: non voglio portarmela nel mondo nuovo che sogno. Altrimenti, in qualche modo, saresti tu quello che ha vinto. In ogni caso… mi devi una vita. Ricordatelo, se hai onore, quando, nella prossima guerra che sceglierai, t’imbatterai in uno come me…”

Non l’ho più incontrato, ma ho trovato sei anni dopo il suo nome su un trafiletto della rivista americana “Soldiers of Fortune”: era l’elenco degli “eroici combattenti” caduti in un’oscura guerra, in un poverissimo Paese africano di cui, probabilmente, non gli importava un cazzo.

Credo che il non aver puntato quel dito sia stata una delle migliori cose che ho fatto nella mia vita.
Ed una delle più difficili.