
Il più vecchio essere che possiamo definire “umano” visse in Europa (provenendo dall’Africa) circa un milione di anni or sono, giorno più, giorno meno… Ne abbiamo trovato i resti in Spagna, in Romagna, in Puglia ed in qualche altra zona sparsa per il continente. Tuttavia non si trattava ancora di un nostro antenato: all’epoca calcavano il suolo del pianeta molti “tipi” di Uomini, esattamente come c’erano (e ci sono ancora) molti “tipi” di equini, ad esempio. I nostri progenitori diretti arrivarono (anch’essi dalla Madre Africa) molto, molto più di recente: probabilmente “solo” centomila anni or sono ( i ritrovamenti più antichi, per ora, risalgono al 30.000 avanti Cristo, ora più, ora meno…). In un tempo relativamente breve eliminarono la concorrenza delle altre specie umane, sia in modo diretto (ti spacco il cranio, mi mangio il tuo cervello e mi prendo la tua grotta), sia perché “occuparono” in modo più efficiente la nicchia ecologica che era stata patrimonio delle specie meno progredite.
Avevano molti vantaggi: un’intelligenza più creativa che li aveva portati ad una tecnologia superiore e, quindi, ad armi più funzionali per la guerra e la caccia, ad esempio, e, molto probabilmente, una più solida coesione di gruppo, cosa che si evince dal fatto che possedevano riti, che seppellivano i morti con segni di rispetto verso la salma, che affrescavano le pareti delle grotte, ecc.
Erano cacciatori e raccoglitori, nomadi in quanto seguivano le mandrie di grandi erbivori nelle loro migrazioni stagionali e, con estrema probabilità, vivevano secondo una struttura sociale di tipo matriarcale. Era la donna, infatti, ad essere portatrice del “segreto della vita”, era lei a partorire (mentre il maschio non era ancora ben consapevole del suo contributo alla fecondazione) e, di conseguenza, i figli erano sue creature e, dato che ad occuparsi dei cuccioli della tribù era la collettività, non era molto importante chi fosse il padre. Certamente esisteva già l’impulso a formare una famiglia (allargata) stabile, in quanto questi nostri antenati disponevano di una sfera emozionale assolutamente vasta quanto la nostra: non si seppellisce un proprio caro con fiori sul petto ed un bel copricapo fatto di conchiglie ad ornarne il capo se non si provano sentimenti come amore, dolore per la perdita, nostalgia e rispetto!
Quindi possiamo presumere che esistesse la “fedeltà coniugale”, ma non come convenzione sociale, come scelta di tipo “etico”, quanto piuttosto come espressione spontanea di un sentimento che, tra l’altro, garantiva ulteriormente ai piccoli il massimo della protezione possibile.
La “fedeltà” era una scelta reciproca e si esercitava all’interno del Clan (famiglia allargata, appunto): ovvero non era probabilmente importante con chi ci si accoppiasse, purché il frutto del rapporto venisse ad arricchire il patrimonio umano del Clan stesso.
Le cose cambiarono bruscamente circa 12.000 anni fa (molto di recente, quindi) quando i nostri Homo Sapiens Sapiens si trasformarono gradualmente da cacciatori in agricoltori e allevatori.
Coltivare un campo significa poter rinunciare al nomadismo e garantirsi una fonte di nutrimento stabile… ma significa anche ben altro!
Le caccia è occupazione collettiva: per catturare una renna o, peggio, un mammut occorre che tutti i maschi validi collaborino in modo coordinato e, di conseguenza, il frutto della caccia viene poi suddiviso tra tutta la tribù. Non esiste, tra i popoli cacciatori, il concetto di proprietà privata: nessuno può vantare diritti sulle mandrie di bisonti… e la terra può solo essere percorsa, non posseduta!
Quando, però, si comincia a coltivarla a qualcuno viene l’idea di recintarla (all’inizio per tenere lontani gli animali) e di dichiarare che quel particolare pezzo di terra gli appartiene perché è lui che vi ha piantato i semi. La terra coltivata produce più alimenti di quanti se ne possano raccogliere dalla vegetazione spontanea, frutti in eccesso rispetto ai bisogno dell’individuo che si può permettere di retribuire con un cesto di fichi o qualche manciata d’orzo degli individui grandi, grossi e dotati di robuste clave per tener lontani gli estranei dal proprio raccolto.
Di fatto, con il primo orticello, assistiamo anche alla nascita delle prime specializzazioni del lavoro: qualcuno diviene contadino (poi si trasformerà in proprietario e farà lavorare altri al posto suo), altri si mutano in guerrieri preposti a difendere il frutto del suo lavoro.
Cosa c’entra tutto questo con la “fedeltà”? Ci arriviamo subito…
Colui che si arroga il diritto al possesso della terra e dei suoi frutti vuole avere la certezza che, alla sua morte, quella proprietà passi alla sua discendenza, al frutto dei suoi geni.
Ma com’è possibile essere certi che si tratti senza dubbio del proprio figlio, dato che si può essere sicuri della madre, ma mai del padre (mancano 12.000 anni ai test del DNA)?
Esiste solo un modo: inventarsi due “valori” che non esistevano affatto in natura e che sono conseguenza diretta del nuovo assetto sociale: la verginità delle donne (che garantisce che sarò il primo a fecondarla) e la fedeltà coniugale
femminile che mi salvaguarda dal lasciare i miei possedimenti al figlio di qualcun altro.
E’ da allora, dunque, che, da un punto di vista culturale, l’infedeltà della donna è guardata con orrore (le adultere si lapidano come in Medio-Oriente o si strozzano come in Danimarca, si gettano nel Bosforo dentro ad un sacco pieno di gatti infuriati, come in Turchia o si murano vive come in India, ecc.) mentre quella dell’uomo è considerata con una certa indulgenza (che ci vuoi fare? L’uomo è cacciatore!).
Un modo di pensare non solo ingiusto: decisamente aberrante, che darà il via a tutte le storture di una società maschilista, dalle cinture di castità sino alla discriminazione sul posto di lavoro…
Ma, per tornare all’argomento di questo intervento, uno dei danni maggiori di questo modo di pensare è rappresentato proprio dallo stravolgimento del concetto di fedeltà!
Non più un gesto reciproco spontaneo nato da un sentimento, ma un “dovere” (per lo più della donna) a cui attenersi per non cadere nella riprovazione della società!
Che disperato e disperante impoverimento!
Personalmente, dato che ritengo che la proprietà privata sia un furto ai danni della collettività, mi rifiuto di aderire a questo schema di pensiero… e continuerò a restare fedele alla mia donna perché la amo, perché scelgo felicemente di cercare in lei e solo in lei la soddisfazione dei miei bisogni emozionali e fisici… e non perché “è scritto” che così dev’essere.
E mi auguro (ne sono certo, in realtà) che lei mi sia fedele per le stesse ragioni: non perché il “tradimento” sia una colpa o un peccato, non perché la società la vuole fedele e “sottomessa”: per la sola ragione che ha un valore vero ed assoluto, ovvero perché trova in me quelle stesse cose che è capace di donarmi.
In soldoni, gente: se vivete la fedeltà al vostro partner come un dovere da compiere e non come uno spontaneo frutto del vostro amore… forse non siete con la persona giusta.