
A gentile richiesta…
Vicente era vergognosamente bello, al punto che, vedendoci amici, le turiste dell’isola mi facevano la corte per arrivare a lui…
Non so quanti e quali sangui si fossero mescolati per secoli, come correnti marine che s’incontrano e s’intrecciano negli abissi, per sfociare in quel profilo Inca da Indio Caribe, in quel sorriso d’avorio africano, nella naturale eleganza dei suoi gesti da torero, in quella pelle di bronzo antico che contrastava con lampi di biondo tra i capelli e con l’azzurro anglosassone degli occhi curiosi…
C’immergevamo insieme, nel sorprendente mare del Cayo.
Con l’aiuto del brujo del vicino pueblo che spargeva misteriose polveri sul pelo dell’acqua ed accendeva ceri ad una mezza dozzina di divinità della Santeria, Vicente doveva guidarmi all’incontro che mi sfuggiva da molti anni e portarmi occhi ad occhi con il grande squalo bianco…
Era un fatto personale: la mia guida negli abissi, ogni volta che indossavamo jacket ed erogatore, mi fissava scuotendo la testa e mormorando: “Listo? Vamonos, Italiano loco!”
La sera, poi, sulla veranda di un bungalow assediata da ronzanti mosquitos, sedevamo su scricchiolanti sedie a dondolo, io con il mio bicchiere di mojito, Vicente con l’immancabile succo di frutta…
Era il momento più sereno della lunga giornata, quando, vinta la sua naturale reticenza e sapendomi goloso di storie di mare, l’amico Cubano iniziava a narrare…
Quella sera in particolare, però, c’era un ombra cupa nei suoi occhi cerulei che mi guardavano con una nota di rimprovero…
“Que pasa, amigo?” gli domandai…
“Oggi hai chiesto al Viejo perché non s’immerge mai con noi…” rispose senza guardarmi.
“A Esteban, sì… Passa tutto il tempo a ricaricarci le bombole, a controllare le attrezzature… E’ sempre così gentile ed ha l’aria di uno che in acqua se la cava mica male! Mi sembrava carino invitarlo…”
“So che le tue intenzioni erano buone… ma non lo fare mai più!”
Sentivo l’avvicinarsi di una storia e mi sistemai più comodamente sulla sedia in vimini, accingendomi ad ascoltare…
“Non ce n’erano altri come lui, in mare!” – esordì Vicente – “All’inizio dei suoi tempi non esistevano pinne, giubbetti e maschere, sai? Lui è stato palombaro…
Non possiamo nemmeno immaginare cosa voglia dire, oggi! Doveva coprirsi di lana dalla testa ai piedi per non gelare di freddo, prima d’indossare la tuta… e, poi, farsi avvitare in testa una ventina di chili di scafandro di rame… E la sua vita dipendeva da una pompa a mano, azionata dalla barca…
Ma era il migliore!
D’altra parte era una tradizione di famiglia: suo padre aveva lavorato sul fondo buio e melmoso dell’East River, attorno alla base dei piloni del ponte di Brooklyn in costruzione…
Esteban, invece, si occupava di recuperi marini…
Non ti eccitare! Niente galeoni spagnoli carichi d’oro… anche se queste acque sono piene di relitti del genere…
Per lo più si trattava di ripescare il carico di navi naufragate molto più di recente… rame cileno, nickel del Canada… cose così…
Poi, un giorno, per puro caso, fece un incontro che cambiò la sua vita…
Un uomo che portava un buffo berrettuccio di lana rossa in testa gli chiese se poteva scendere a dare un’occhiata all’elica della sua imbarcazione, ormeggiata dalle parti di Capo Maltiempo.
La nave si chiamava Calypso e quell’uomo magro, dal profilo d’aquila, era Jacques-Yves Cousteau.
Cousteau iniziava allora a sperimentare le sue invenzioni, quelle che dovevano liberare gli esploratori degli abissi marini dalle scarpacce con la suola di piombo, dagli scafandri, dal cordone ombelicale che li legava alla superficie.
Un universo d’impensabili opportunità si aprì davanti agli occhi sgranati di Esteban!
Per farla breve diventò uno dei membri dell’equipaggio della prima “Calypso”, indossò anche lui il berretto rosso e, nel giro di qualche anno, si trasformò da palombaro in uno dei primi sommozzatori della storia!
Esteban non aveva mai vissuto il mare in questo modo. Non aveva mai pensato che si potesse nuotare liberamente tra i banchi di barracuda, afferrare una tartaruga per il carapace e lasciarsi trascinare dai suoi vigorosi colpi di pinna, giocare a nascondino con i delfini…
S’innamorò perdutamente di quella vita, al punto da sacrificarle ogni cosa, ogni affetto: non si è mai sposato, non ha avuto figli… la sua famiglia era il mare…anzi : i mari, perché, a bordo della nave di Cousteau, si spinse ad esplorare i fondali e le secche di mezzo mondo.
E poi, in una mattina di Luglio di venti anni or sono, in una rada di Key West, riaffiorò da un’immersione in apnea, con nel tridente della fiocina la cernia che aveva catturato per la cena di bordo… e il motoscafo di un commercialista di Denver, incurante della boa di segnalazione bianca e rossa, lo travolse, facendo scempio del suo corpo con l’elica.
Qui a Cuba abbiamo i migliori medici del mondo, lo sai!
Ma lui era conciato davvero male: l’elica lo aveva colpito anche alla testa e restò in coma per quasi un mese… I dottori fecero miracoli e gli salvarono la pelle, ma quando si risvegliò aveva una piastra metallica nel cranio e viti e bulloni che lo tenevano insieme…
Può condurre una vita pressoché normale… ma ha chiuso per sempre con le immersioni: poche atmosfere di pressione sul suo corpo martoriato equivalgono ad una sicura condanna a morte.
Così è tornato a casa e si è impiegato nel centro per il buceo: prepara le bombole per i sub come te e li guarda partire verso il fondo del suo amato mare... ed ogni volta muore un po’ di più dentro.
Sono certo che, prima o poi, in una notte di luna piena, indosserà una maschera, si ficcherà in bocca un erogatore, e partirà per la sua ultima immersione.
E’ così che deve andare…
Però, sino ad allora, non chiedergli più di accompagnarci: riapri antiche ferite e le fai sanguinare ancora…
Bueno: adesso che ci siamo chiariti, versati un altro rum o quello che è… potrei narrarti l’avventura dell’Agujero de l’ Alèman tonto…”
E lo fece…
Ma questa, come si dice, è un’altra storia.





